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dusBasta, vi prego, con le lamentele sull’arretratezza della PA!

Tutti gli uffici pubblici che frequento, anche i piccoli Comuni, mi rispondono all’email, certificata e non.

Recentemente, invece, non mi hanno risposto tra gli altri (pur avendo interesse a farlo): l’hotel Armani di Milano (5 Stelle), l’hotel Rome Life (4), il ristorante Pomiroeu (Stella Michelin), la banca Ing, Netgear Srl, il mio assicuratore, … Questi sono i privati in Italia.

Tra pochi giorni entra in vigore una legge, dico una legge!, per obbligare, dico obbligare! le imprese a fatturare elettronicamente alla PA, nella speranza che in tal modo esse imparino a farlo anche tra di loro.

Ora, la fattura elettronica, che rientrava nel capitolo detto allora Electronic Data Interchange, era un leit motiv in General Electric quando vi entrai nel 1982. Si vendeva questo servizio alle grandi imprese, anche in Italia. Sono passati 32 anni. E da 20, ossia da quando si sono diffusi i browser, tutti usano l’internet. Ma dobbiamo imporre per legge la fattura elettronica…

L’analfabeta digitale del mese è la mitica PMI italiana. Il fatidico nerbo della nostra economia che, è vero, porta flessibilità e creatività, ma anche zero R&D, zero aggiornamento, zero channel masters nelle filiere globali. Capito perché la banda larga è un falso problema? Con la “banda larga”, costoro, ci guardano il porno e caricano i filmati del matrimonio su YouTube…

Insisto nel ritenere che, per essere compresi, molti fenomeni socio-economici vadano collocati nella loro globalità, internazionalità, anziché solo esaminati con piglio provinciale.

Ad esempio, per quanto riguarda la ricerca (R&D), l’intero dibattito italiano si fonda sull’assunto granitico che in Italia se ne faccia poca e che ciò abbia un effetto deprimente sul Pil. Ora, a parte la dubbia liceità del sillogismo, della quale abbiamo già detto altrove, le cause della scarsa spesa R&D italiana (1,1% del Pil versus 2,7% in Usa, 1,9% in Francia e 1,7% Uk) non vengono mai esaminate e si dà per scontato che il Governo dovrebbe aprire il portafogli e distribuire miliardi ai Dipartimenti universitari (magari dimenticando che, un attimo prima, li si era definiti sgangherati e corrotti fino al midollo).

Eppure, è semplice. La spesa R&D italiana è molto più bassa che in quei paesi, perché (A) là ci sono molte grandi aziende e qui no; e (B) quelli sono paesi che devolvono alle spese militari risorse proporzionalmente maggiori.

A] Secondo le definizioni dell’UE (Enterprise and Industry, SBA Fact Sheets 2012), in Italia ci sono 2943 grandi imprese. In Uk 6132 e in Francia 4665 (lasciamo perdere, per pietà, gli Usa!). Ora, non solo le grandi imprese hanno la massa critica necessaria per condurre R&D  con collegamenti accademici e internazionali; ma, a differenza di quella di tante imprese medio-piccole, italiane e non, la loro spesa R&D non sfugge alla contabilità nazionale che porta alle statistiche che stiamo citando, e viene tutta registrata.

B] Secondo lo Stockholm International Peace Institute Yearbook 2013, l’Italia spende in spese militari l’1,7% del Pil; la Uk il 2,5% e la Francia il 2,3%. A giudicare dagli esiti, ossia dall’entità delle rispettive Forze armate e dalla quantità delle esportazioni, il peso dell’Italia ci appare addirittura sovrastimato in questi numeri: ma lasciamo perdere. Se Uk e F spendono il 40% in più di noi (e gli Usa il 259%), e se è vero com’è vero che il militare è il principale driver di R&D, le proporzioni sono chiare.

C’è, poi, il piagnisteo intorno ai giovani ricercatori che non trovano impiego.

Qui, occorre innanzitutto dire che l’Italia è un’odiosa gerontocrazia che penalizza proprio le persone più attive e produttive: in quasi tutte le discipline scientifiche, ma soprattutto in quelle hard, la produttività del giovane è fantasticamente più elevata di quella dell’anziano. E’ pertanto da considerarsi scellerata e masochistica la nostra pervicace propensione a coccolare ricercatori e dirigenti di ricerca anziani, ai danni di quelli giovani.

Però, al contempo, c’è anche il fenomeno globale da considerare. Senza vedere quello, non possiamo capire.

Ebbene, risulta che i ricercatori giovani sono in crisi occupazionale in quasi tutti i paesi occidentali. In Usa, il Bureau of Labor Statistics ha calcolato che a dicembre 2010 ben 360mila tra laureati e dottorati vivevano di assistenza sociale. Addirittura in Finlandia, insieme a Israele forse il paese più R&D-oriented del mondo, il problema della disoccupazione intellettuale di alto livello si è affacciato.

Ora: il sapere che un fenomeno si sta manifestando ovunque non ci rende più felici. Ma di sicuro potrebbe aiutarci a comprenderlo. O no?