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airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.

cervelli Non dubitavo che i media avrebbero scambiato per “talenti in fuga” i 100mila italiani che hanno lasciato il Paese nel 2015.

Sarebbe bastato leggere il comodo comunicato-stampa dell’Istat per capire che a 145.000 uscite, di cui 100.000 italiani, hanno fatto riscontro 273.000 ingressi (che non erano “talenti in arrivo”!). Ma mi rendo conto che in quella mezza paginetta c’erano troppi numeri!

Sarebbe stato addirittura miracoloso, poi, se qualche giornalista avesse googlato Ons e Insee, ossia gli Istat inglese e francese, scoprendo che nel 2015 i francesi che hanno lasciato la Francia e i britannici che hanno lasciato la Gran Bretagna sono stati molti di più di 100mila.

Come abbiamo ripetuto e dimostrato qui sino alla noia, ricercatori e young professionals emigrano sempre di più e da tutti i paesi, perché sia le imprese sia la ricerca sono globalizzate. E dall’Italia il flusso migratorio non è neppure tra quelli più elevati.

Ma ormai, la visione dominante sui nostri media è delirante: vede solo l’Italia, come se il resto del mondo non esistesse, e in più fa percepire come “talento in fuga” qualunque camionista che attraversa il Brennero portando prosecco in Germania.

Eppure informarsi, dando ogni tanto un’occhiata alle fonti attendibili e accreditate (Istat, Ocse, Worl Bank, Eurostat, …), si potrebbe fare stando alla scrivania… C’è poco da fare, dobbiamo rifarci a due vecchi adagi: “Dear God, never let the facts get in the way of a good story” e “In the age of information, ignorance is a choice”.

R&D PA

Un sacco di professoroni parlano della spesa in ricerca e sviluppo in questi giorni, e io in generale solidarizzo con loro perché vorrei che si facesse molta più R&D (e non solo in campo scientifico/tecnologico).

Però i professoroni, forse accecati dal tradizionale statalismo italico, potrebbero porgere meglio i loro argomenti, e comprendere più a fondo il problema, se si rendessero finalmente conto che nel mondo occidentale non è (purtroppo!) il Pubblico a fare più R&D: sono le imprese. Vedi grafica (dati 2013. Rosso+blu = 100. Fonti ISTAT – ONS – SCB – INSEE).

Quando vedete quelle liste in cui si evidenzia la spesa R&D in rapporto al PIL, e che i professoroni (e tutti i media insieme con loro) ricopiano acriticamente, i numeri vogliono dire “spesa in R&D del Governo, più spesa R&D delle Università, più spesa R&D del nonprofit, più spesa R&D delle aziende private = spesa R&D del Paese”. E la voce più pesante è sempre quella delle imprese.

In Italia ci sono poche grandi imprese, e il risultato è che da noi la PA gioca un ruolo maggiore che altrove.

E’ vero, peraltro, che la nostra PA sembra spendere poco rispetto al PIL: per esempio, il 30% in meno della Francia. Basterebbero 4 miliardi in più, e ci porteremmo al livello della Francia come spese PA. “Peccato”, tuttavia, che noi abbiamo la metà delle loro spese militari, le quali fanno molta R&D…

(Negli USA, la spesa R&D federale è pari allo 0,8% del PIL nel 2015, di cui il 50% in spesa R&D militare “esplicita”).

roaring donkeyUn amico LinkedIn mi indica un post apparso su ROARS, titolato “Fuga dall’università, ovvero quando i dati dovrebbero far riflettere“. L’idea sarebbe buona: analizzare le motivazioni della tendenza che da qualche anno vede una diminuzione delle immatricolazioni all’università italiana. L’analisi, invece, è deludente: pedante e convenzionale, è priva di spregiudicatezza, rigore, curiosità inquisitiva.

Il pezzo è incernierato su luoghi comuni, molti dei quali infondati. Per dirne uno: la convinzione che in Italia vi siano molti meno laureati che altrove: una leggenda metropolitana che ammorba da tempo i nostri media. La sua propalazione denota incapacità di fare fact checking, una qualità del buon giornalismo -figuriamoci della ricerca.

Un’altra corbelleria di natura giornalistica è quella secondo la quale gli italiani sarebbero più ignoranti degli altri. (Come abbiamo qui mostrato più volte, i nostri media sono innamorati di tutte le classifiche nelle quali l’Italia fa brutta figura, perché è molto italico il parlar male della società, che è res nullius e prodotto di dominazioni straniere, e invece solo bene della familia, che è sempre bella e buona e giusta.) La persona di mondo che vive e lavora frequentando diverse culture e parlandone le lingue, non può trovare credibile che un neozelandese, un canadese o uno svizzero siano molto più colti e intelligenti di un italiano. Dunque, se viene a sapere che qualcuno propugna una tesi del genere, sarà indotto ad andare a consultare le fonti.

Ma le fonti sono un concetto alieno allo sfortunato post di ROARS. Il blogger le cita irritualmente, tanto da indurre il sospetto che vi si rifaccia solo per sentito dire. Per esempio, egli ci rimanda, senza precisare capitoli e pagine (delle ben 386 che il documento contiene), a “OECD & Statistics Canada, Literacy for Life: Further Results from the Adult Literacy and Life, Skills Survey, OECD Publishing 2011″.

Di quel rapporto il blogger non ha visto che la press release e forse qualche grafico colorato. Di sicuro non si è andato a consultare la metodologia (pagg. 361 e seguenti). Facendolo, avrebbe appreso che i dati sono stati raccolti sull’arco di otto anni da parte di organizzazioni molto disparate in diversi paesi, culture, lingue (Table C.3, pag. 373). Voi vi immaginate come possano essere stati tradotti i questionari e i formulari che sono stati impiegati per intervistare le persone, vero? Si sarebbe, anche, forse chiesto come mai le interviste siano state completate da 16mila canadesi e 8mila australiani, ma solo da 7mila italiani, nonostante questi rappresentino una popolazione più grande delle prime due messe assieme (Table C.2, pag 372).

matita

Si sarebbe poi chiesto: chi fa meglio i compiti, il ragazzo che ci prova e riprova oppure quello che mette le crocette svelto svelto per poter andare a giocare a pallone? Tra uno zurighese e un napoletano, chi sarà stato per più lungo tempo, tongue-in-cheek, sul questionario? (Per questa medesima ragione, in apparenza sottile ma in realtà essenziale, per anni i nostri quindicenni comparvero come somari sui test OCSE PISA: precisamente fino a che il Ministero non spiegò che conveniva compilare seriamente i questionari per non fare sempre la figura dei baluba.)

Nel post si propugna persino la teoria che i popoli più istruiti siano anche più sani e che il secondo attributo sarebbe conseguenza del primo (tesi accampata per affermare che lo spendere di più in istruzione ci farebbe risparmiare in sanità). Viene a questo riguardo citato, ancora malamente, un working paper apparso su NBER anni addietro, dove, contrariamente a quel che pensa il blogger ROARS, non si dimostra che l’istruzione porti salute: solo, lo si assume come ipotesi di lavoro (“We suggest that […]”). Lo stesso paper precisa che una logica più verosimile porta a ritenere che i popoli più istruiti siano solitamente più ricchi e, in virtù di questo fatto, anche più sani…

Insomma, il trend della diminuzione degli iscritti all’università (che peraltro non è affatto solo italiano, anche se le motivazioni sono verosimilmente diverse da paese a paese) avrebbe meritato su ROARS un’analisi credibile e seria, anche perché il sito è animato da gente che sull’università ci campa.

Compare un’ennesima classifica delle Università mondiali.

Non credo in questi colossali sforzi metrici, che finiscono col riflettere più la diligenza di chi risponde ai questionari che non la qualità degli attributi oggetto di misura.logo_startseite

Comunque, se non altro almeno stavolta abbiamo una cosa made in Europe, finanziata dalla Commissione Europea e realizzata tra Germania e Olanda, invece della solita boutade anglocentrica, secondo tutte le quali anche il più remoto esamificio tra i canguri surclassa Heidelberg, Leiden, Cracovia, Aarhus, Pisa, Padova, Pavia.

Dunque, secondo questa ennesima sedicente accurata e complessa metodologia, fra le 148 migliori università del mondo ce ne sarebbero 6 italiane (Poli MI, Poli TO, Bocconi, Pavia, Trento, Trieste).

Ossia, noi avemmo il 4% dei migliori atenei, pur avendo meno dell’1% della popolazione mondiale (e solo l’1,5% di quella del mondo che conta, ovvero OCSE più Cina più India).

Una performance, pertanto, nettamente superiore alla media. E poiché si tratta di un risultato positivo, ovviamente esso è stato quasi sottaciuto dai nostri media (a tutt’oggi, 9 aprile 2015, non ho ancora visto la notizia su Corriere, Stampa, Repubblica o Tg), sempre pronti invece a rivoltolarsi come porci nel fango quando esce una classifica –magari farlocca– nella quale siamo tra gli ultimi…

Evviva la nostra inguaribile libidine autodenigratoria!

r1188cover-306x-1374073020Fioccano le esegesi sulla copertina di Rolling Stone col papa, dalle quali si evince unanimemente il ruolo rock di questi…

Ovviamente, i giornalisti italiani non conoscono (né tantomeno leggono) la stampa americana. La considerano sempre “autorevole”, ma in realtà non ne hanno la più vaga nozione.

Se la conoscessero, saprebbero che da molti anni Rolling Stone contiene su ogni numero almeno un pezzo, a volte una vera e propria inchiesta, di politica, finanza, costume e altri argomenti da magazine generalista.

Quando qualche mese fa misero in copertina il terrorista di Boston, o quando si occuparono delle torture in Iraq, o quando se la presero con Wall Street, i redattori di RS non intendevano proporre i relativi personaggi per la Rock’n’Roll Hall of Fame…