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R&D PA

Un sacco di professoroni parlano della spesa in ricerca e sviluppo in questi giorni, e io in generale solidarizzo con loro perché vorrei che si facesse molta più R&D (e non solo in campo scientifico/tecnologico).

Però i professoroni, forse accecati dal tradizionale statalismo italico, potrebbero porgere meglio i loro argomenti, e comprendere più a fondo il problema, se si rendessero finalmente conto che nel mondo occidentale non è (purtroppo!) il Pubblico a fare più R&D: sono le imprese. Vedi grafica (dati 2013. Rosso+blu = 100. Fonti ISTAT – ONS – SCB – INSEE).

Quando vedete quelle liste in cui si evidenzia la spesa R&D in rapporto al PIL, e che i professoroni (e tutti i media insieme con loro) ricopiano acriticamente, i numeri vogliono dire “spesa in R&D del Governo, più spesa R&D delle Università, più spesa R&D del nonprofit, più spesa R&D delle aziende private = spesa R&D del Paese”. E la voce più pesante è sempre quella delle imprese.

In Italia ci sono poche grandi imprese, e il risultato è che da noi la PA gioca un ruolo maggiore che altrove.

E’ vero, peraltro, che la nostra PA sembra spendere poco rispetto al PIL: per esempio, il 30% in meno della Francia. Basterebbero 4 miliardi in più, e ci porteremmo al livello della Francia come spese PA. “Peccato”, tuttavia, che noi abbiamo la metà delle loro spese militari, le quali fanno molta R&D…

(Negli USA, la spesa R&D federale è pari allo 0,8% del PIL nel 2015, di cui il 50% in spesa R&D militare “esplicita”).

Insisto nel ritenere che, per essere compresi, molti fenomeni socio-economici vadano collocati nella loro globalità, internazionalità, anziché solo esaminati con piglio provinciale.

Ad esempio, per quanto riguarda la ricerca (R&D), l’intero dibattito italiano si fonda sull’assunto granitico che in Italia se ne faccia poca e che ciò abbia un effetto deprimente sul Pil. Ora, a parte la dubbia liceità del sillogismo, della quale abbiamo già detto altrove, le cause della scarsa spesa R&D italiana (1,1% del Pil versus 2,7% in Usa, 1,9% in Francia e 1,7% Uk) non vengono mai esaminate e si dà per scontato che il Governo dovrebbe aprire il portafogli e distribuire miliardi ai Dipartimenti universitari (magari dimenticando che, un attimo prima, li si era definiti sgangherati e corrotti fino al midollo).

Eppure, è semplice. La spesa R&D italiana è molto più bassa che in quei paesi, perché (A) là ci sono molte grandi aziende e qui no; e (B) quelli sono paesi che devolvono alle spese militari risorse proporzionalmente maggiori.

A] Secondo le definizioni dell’UE (Enterprise and Industry, SBA Fact Sheets 2012), in Italia ci sono 2943 grandi imprese. In Uk 6132 e in Francia 4665 (lasciamo perdere, per pietà, gli Usa!). Ora, non solo le grandi imprese hanno la massa critica necessaria per condurre R&D  con collegamenti accademici e internazionali; ma, a differenza di quella di tante imprese medio-piccole, italiane e non, la loro spesa R&D non sfugge alla contabilità nazionale che porta alle statistiche che stiamo citando, e viene tutta registrata.

B] Secondo lo Stockholm International Peace Institute Yearbook 2013, l’Italia spende in spese militari l’1,7% del Pil; la Uk il 2,5% e la Francia il 2,3%. A giudicare dagli esiti, ossia dall’entità delle rispettive Forze armate e dalla quantità delle esportazioni, il peso dell’Italia ci appare addirittura sovrastimato in questi numeri: ma lasciamo perdere. Se Uk e F spendono il 40% in più di noi (e gli Usa il 259%), e se è vero com’è vero che il militare è il principale driver di R&D, le proporzioni sono chiare.

C’è, poi, il piagnisteo intorno ai giovani ricercatori che non trovano impiego.

Qui, occorre innanzitutto dire che l’Italia è un’odiosa gerontocrazia che penalizza proprio le persone più attive e produttive: in quasi tutte le discipline scientifiche, ma soprattutto in quelle hard, la produttività del giovane è fantasticamente più elevata di quella dell’anziano. E’ pertanto da considerarsi scellerata e masochistica la nostra pervicace propensione a coccolare ricercatori e dirigenti di ricerca anziani, ai danni di quelli giovani.

Però, al contempo, c’è anche il fenomeno globale da considerare. Senza vedere quello, non possiamo capire.

Ebbene, risulta che i ricercatori giovani sono in crisi occupazionale in quasi tutti i paesi occidentali. In Usa, il Bureau of Labor Statistics ha calcolato che a dicembre 2010 ben 360mila tra laureati e dottorati vivevano di assistenza sociale. Addirittura in Finlandia, insieme a Israele forse il paese più R&D-oriented del mondo, il problema della disoccupazione intellettuale di alto livello si è affacciato.

Ora: il sapere che un fenomeno si sta manifestando ovunque non ci rende più felici. Ma di sicuro potrebbe aiutarci a comprenderlo. O no?

La ricerca scientifica e tecnologica (R&D) è un altro esempio di causa nobile, come l’ecologia, l’energetica o l’alimentazione sana, che viene svilita dalle posizioni ideologiche e manichee, le quali, ultrasemplificando, finiscono col far male a ciò in cui credono.

Questo accade quando l’R&D viene presentata come sicuro volano dello sviluppo. Quando sentite dire o leggete “Per la crescita economica, occorre investire in ricerca e sviluppo”, in 19 casi su 20 si tratta di qualcuno che non sa bene quel che dice. Se poi dice che occorre investire in “conoscenza”, potete star quasi certi che parla a vanvera.

L’investimento in R&D non implica affatto automaticamente uno sviluppo economico, e neppure la nascita di innovazioni. L’ho spiegato qui e l’hanno spiegato anche fonti autorevoli, come per esempio questa o questa. Se prendessimo 100 miliardi e li affidassimo al CNR o ai Dipartimenti universitari, purtroppo non succederebbe quasi nulla sul piano economico, nemmeno dopo molti anni.

Questo perché la filiera dell’innovazione tecnologica è complicata e richiede molti ingredienti. La figura qua sotto dà un’idea delle proporzioni: la gente che studia è indispensabile (ne basta all’incirca lo 0,5% della popolazione, come accade oggi nei Paesi più avanzati), ma è insufficiente, perché servono anche le risorse “umili” sotto il vertice della piramide:

In più, oltre a essere complicata, la filiera dell’innovazione tecnologica è anche globale. C’è ben poco, in informatica, genetica, elettronica, bioalimentare e agricolo, apparecchiature medicali, tecnologie dei materiali, nanotech, farmacologia, che accada in un Paese senza avere riflessi immediati in quasi tutti gli altri. E sono sempre più numerosi i progetti scientifici multinazionali, i brevetti registrati in tutto il mondo, le filiere produttive distribuite e mondializzate (famosa ed efficientissima, ma certo non unica, quella della Apple). Dunque, i quattrini investiti da un Paese sono solo una piccola parte del gioco e possono persino andare a vantaggio di altri.

Nel periodo 1999-2003, Google, una fantastica azienda innovativa, attuò intensi programmi globali di assunzione di talenti scientifici e hi-tech: per giovani matematici, fisici, informatici e ingegneri ben laureati in buone scuole, non c’era nulla di più facile che accedere a un lavoro presso uno dei laboratori di Google, dall’India alla Svizzera alla California. Ed era anche un buon impiego: ottima paga, prestigio, libertà accademica (se fate ricerca per il Department of Defense, avete limiti alle pubblicazioni, ecc.; per Google non era così), mani libere.

Che ne uscì? Quasi nulla. Tutte le principali innovazioni presentate da Google dal 2003 a oggi sono state il frutto delle acquisizioni di aziende più piccole. Tant’è vero che Yahoo!, Intel, Ibm e altre decisero di ridurre drasticamente gli investimenti massicci in assunzione di personale e concentrarsi invece sulla creazione di “filiere” interne di scouting, con tanto di venture capital di tipo Monopoli. Il come creare innovazione divenne uno dei crucci principali di Corporate America, e il tema di infiniti programmi presso le più prestigiose business schools.

Nessuno, che conosca come si formano le innovazioni che producono ricchezza (delle quali, sia chiaro, quelle a base tecnologica, per quanto importanti, non sono la totalità), crede alla fanfaluca secondo la quale dando tanti soldi a chi fa ricerca qualcosa succederà. Gli economisti sono molto scettici anche riguardo ai programmi di incentivazione finanziaria e fiscale diretti alle aziende che fanno R&D.

Con questo, non sto dicendo che non si debba investire in R&D. Per mia inclinazione formativa e culturale, le spese in ricerca (e non solo tecno-scientifica) dovrebbero essere moltiplicate da subito per un fattore 3 o 4: per esempio tassando il packaging dei prodotti che inquinano e le televisioni che producono spazzatura; sottraendo alla politica il 75% dei finanziamenti pubblici; trasformando i posti di lavoro inutili, percentuale non trascurabile di quelli della Pubblica Amministrazione, in impieghi di sostegno alle attività di ricerca.

Sto dicendo, invece, che non esiste prova, salvo che nei libri un po’ pelosi e nei discorsi di coloro che cercano finanziamenti, che la spesa in R&D si traduca in sviluppo economico. I Paesi che spendono molto in R&D, come USA Svizzera Danimarca Giappone, non sono ricchi perché fanno molta ricerca: fanno molta ricerca perché sono ricchi, come sempre nella Storia. E la “conoscenza” nel senso di esser tutti sapienti non produce benessere economico, come dimostra il fatto che pochissimi intellettuali sono al vertice di aziende e che i giovani colti sono in genere i meno remunerati dal mercato.

La conoscenza che produce benessere economico (quella che indusse Peter Drucker a coniare il termine) è quella concernente i processi produttivi, che consente di accumulare e far fruttare il capitale organizzativo: sia per le imprese sia per le nazioni. Software applicativo, processi produttivi (di beni o servizi), brevetti, formule, schemi industriali, open innovation, collaborazione interimpresa, accordi di partnership, distribuzione e franchising, R&D: sono questi i fronti sui quali le aziende di successo investono per essere competitive nella molto malintesa “economia della conoscenza”.

I Paesi dovrebbero operare per favorire quegli investimenti e dovrebbero agevolare l’allestimento di reti finanziarie e di marketing (ossia gli snodi tra i tre settori della piramide di cui sopra) che favoriscano l’innovazione a base tecnologica.

Le frasi cool come la cultura che fattura o l’investimento in conoscenza servono a ottenere copertura mediatica. Ma chi propala questi slogan senza cognizione di causa sta facendo male, non bene, allo sviluppo dell’Italia nonché a quello della scienza e della conoscenza (comunque intesa).

“Nel volgere di pochi decenni, piagati da guerre e congiure di ogni tipo, Firenze ha avuto Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio. La Svizzera, in 500 anni di pace e prosperità, cos’ha inventato? L’orologio a cucù!”.

La spassosa battuta di Woody Allen (ispirata, mi dicono, da Orson Welles) è fondata su un luogo comune fasullo.

La Svizzera, che ha otto milioni di abitanti, ha vinto 22 premi Nobel.

L’Italia, che ne ha 60 milioni, ne ha vinti 18, dei quali 5-6 almeno sono di dubbia attribuzione perché conferiti a studiosi di nascita italiana ma che hanno ottenuto i propri risultati scientifici all’estero e che non avrebbero mai avuto il premio se fossero rimasti in Italia.

Infatti, da almeno due secoli la Svizzera è terreno molto fertile per lo sviluppo della Conoscenza.

E’ sede della più grande istituzione di ricerca del mondo, il CERN.

imagesPuò vantare scuole di livello elevatissimo, e non mi sto riferendo ai soliti collegi per ragazzi ricchi. I politecnici di Zurigo (il famoso ETH) e Losanna sono università pubbliche celebrate e apprezzate in tutto il mondo, con un curriculum spettacolare di accomplishments.

Ancora più importante, per quanto attiene agli effetti produttivi e materiali della ricerca scientifica e tecnologica, è la presenza in Svizzera di una robusta infrastruttura di collegamento tra capitali e ricerca (come ad esempio il venture capital) che in Italia ci sogniamo.

Se anche la prosperosa industria finanziaria dovesse andare incontro a un tracollo (il che per l’economia del paese sarebbe un colpo durissimo che richiederebbe decenni per essere lenito), la Svizzera dispone di solide risorse per una ripresa.

Quanto all’arte, e nella piena e ovvia consapevolezza dello strapotere dell’arte italiana (del passato remoto…), provate a entrare in 4 musei a caso tra Lugano e Basilea e in 4 musei a caso tra Torino e Catania, poi raccontatemi le vostre impressioni.