Posts contrassegnato dai tag ‘ricerca scientifica’

napalm51Ne abbiamo parlato qualche anno fa.

E adesso la cosa sta approdando sui media italiani: “La scienza vive un’epidemia di studi inservibili”, portale Aduc, 11.1.2017.

Insomma, tra poco anche in Italia tutti sapranno che «l’85 percento degli sforzi dedicati a ricerche biomediche sono solo uno spreco»; che molti studi «non apportano niente di valido o, peggio, procedono facendo riferimento ad interpretazioni statistiche preconcepite e che non sono certe»; che questi sono autoinganni «che [possono] moltiplicare la quantità di falsi positivi»; che «non dobbiamo dimenticare il ruolo complice […] di riviste importanti, che preferiscono pubblicare risultati […] che provocano molto rumore e impatto, prima di assicurarsi e verificare […] l’affidabilità degli stessi».

Sono tutte parole di scienziati, i quali ormai riconoscono che c’è una dilagante crisi di riproducibilità nelle scienze della vita. Ossia: in medicina e biologia si pubblicano un’infinità di esperimenti che nessuno scienziato riesce a verificare.

La possibilità di rifare, o almeno riprodurre, un lavoro scientifico pubblicato da altri, è uno dei pilastri fondanti della scienza: se salta questo vincolo, allora si cade nel ciarpame, fra Stamina e Nature non c’è più differenza.

Questo problemino, al quale occorrerà metter mano alla svelta anche se non sarà facile, esplode proprio nel momento storico in cui la fuffa anti-scientifica di provenienza pop o commerciale è forse a un massimo: creazionismo (che Trump vuole rivitalizzare), no-Ogm, no-vaccini, no-glutine, Stamina, e così via.

Tra poco, i propalatori per interesse di notizie farlocche avranno una formidabile freccia al loro arco: se la maggior parte degli studi scientifici sono infondati, chi impedisce a chicchessia di metter su un blog o un giornale in cui si discetta di medicina?

E la moltitudine dei webeti che «si informano in rete» e cascano in ogni sorta di imbroglio, gli faranno un’immensa eco. Non è una prospettiva incoraggiante.

patents Nel 2015, l’Ufficio Europeo dei Brevetti ha ricevuto 160mila richieste da parte di aziende e istituzioni di tutto il mondo, soprattutto statunitensi, tedesche, giapponesi, olandesi, e svizzere.

La Svizzera è, da qualche anno, il paese che deposita il maggior numero di brevetti in rapporto al numero di abitanti. Stiamo parlando di 873 domande di brevetto per ogni milione, contro la media di 132 negli altri paesi europei.

Perché?

Perché in Svizzera c’è un efficace tessuto di innovazione, ma soprattutto perché ci sono tantissime grandi imprese -molte ma molte di più che, per esempio, in Italia (anche in valore assoluto e non solo in rapporto agli abitanti). Nel 2015 la sola Roche ha depositato in Europa 644 domande di brevetto; 563 la ABB; 410 la Nestlé; 369 la Novartis.

Naturalmente le domande di brevetto si correlano con la vivacità della ricerca & sviluppo, anche se non ne esauriscono i vari aspetti. E le grandissime imprese di contenuto tecnologico fanno molta R&D: la fanno in proprio, la fanno assorbendo le start-up più promettenti, la fanno foraggiando i dipartimenti universitari.

Infatti, come abbiamo già notato, nei paesi avanzati sono soprattutto le imprese, e non gli Stati, a fare R&D.

 

average-industry-income-per-academic-by-country-030316-large

Ecco un’altra di quelle classifiche internazionali che non vedrete mai pubblicate sui media italiani, perché non parla male dell’Italia, mentre da noi vanno a ruba solo quelle che ci denigrano, foss’anche a sproposito.

Si tratta di una ricerca svolta da Times Higher Education per calcolare quanti fondi di provenienza privata abbiano raccolto nel 2013 le principali università mondiali.

Il valore complessivo di ogni istituzione accademica è stato poi diviso per il numero dei docenti, così da poter paragonare tra loro le varie università indipendentemente dalla loro dimensione.

Times Higher Education ha poi anche aggregato i dati per nazione: fondi di provenienza privata per docente nelle università del Paese a parità di potere d’acquisto, che è la Figura che vedete qui.

L’Italia si trova davanti a Finlandia, Austria, Uk, Francia, …

I dati mi quadrano pochissimo, come del resto quasi sempre in questi classificoni mondiali basati su questionari (come per esempio tutti gli University Rankings). Potrebbero essere afflitti da distorsioni dovute al numero dei dipendenti iscritti come docenti, oppure al calcolo della Purchasing power parity.

Comunque i giornalisti italiani, che sono incapaci di porsi questi dubbi metodologici e che infatti non se li pongono nel caso delle classifiche infauste, difficilmente daranno spazio a questa notizia, troppo italianofila per essere appetibile.

roaring donkeyUn amico LinkedIn mi indica un post apparso su ROARS, titolato “Fuga dall’università, ovvero quando i dati dovrebbero far riflettere“. L’idea sarebbe buona: analizzare le motivazioni della tendenza che da qualche anno vede una diminuzione delle immatricolazioni all’università italiana. L’analisi, invece, è deludente: pedante e convenzionale, è priva di spregiudicatezza, rigore, curiosità inquisitiva.

Il pezzo è incernierato su luoghi comuni, molti dei quali infondati. Per dirne uno: la convinzione che in Italia vi siano molti meno laureati che altrove: una leggenda metropolitana che ammorba da tempo i nostri media. La sua propalazione denota incapacità di fare fact checking, una qualità del buon giornalismo -figuriamoci della ricerca.

Un’altra corbelleria di natura giornalistica è quella secondo la quale gli italiani sarebbero più ignoranti degli altri. (Come abbiamo qui mostrato più volte, i nostri media sono innamorati di tutte le classifiche nelle quali l’Italia fa brutta figura, perché è molto italico il parlar male della società, che è res nullius e prodotto di dominazioni straniere, e invece solo bene della familia, che è sempre bella e buona e giusta.) La persona di mondo che vive e lavora frequentando diverse culture e parlandone le lingue, non può trovare credibile che un neozelandese, un canadese o uno svizzero siano molto più colti e intelligenti di un italiano. Dunque, se viene a sapere che qualcuno propugna una tesi del genere, sarà indotto ad andare a consultare le fonti.

Ma le fonti sono un concetto alieno allo sfortunato post di ROARS. Il blogger le cita irritualmente, tanto da indurre il sospetto che vi si rifaccia solo per sentito dire. Per esempio, egli ci rimanda, senza precisare capitoli e pagine (delle ben 386 che il documento contiene), a “OECD & Statistics Canada, Literacy for Life: Further Results from the Adult Literacy and Life, Skills Survey, OECD Publishing 2011″.

Di quel rapporto il blogger non ha visto che la press release e forse qualche grafico colorato. Di sicuro non si è andato a consultare la metodologia (pagg. 361 e seguenti). Facendolo, avrebbe appreso che i dati sono stati raccolti sull’arco di otto anni da parte di organizzazioni molto disparate in diversi paesi, culture, lingue (Table C.3, pag. 373). Voi vi immaginate come possano essere stati tradotti i questionari e i formulari che sono stati impiegati per intervistare le persone, vero? Si sarebbe, anche, forse chiesto come mai le interviste siano state completate da 16mila canadesi e 8mila australiani, ma solo da 7mila italiani, nonostante questi rappresentino una popolazione più grande delle prime due messe assieme (Table C.2, pag 372).

matita

Si sarebbe poi chiesto: chi fa meglio i compiti, il ragazzo che ci prova e riprova oppure quello che mette le crocette svelto svelto per poter andare a giocare a pallone? Tra uno zurighese e un napoletano, chi sarà stato per più lungo tempo, tongue-in-cheek, sul questionario? (Per questa medesima ragione, in apparenza sottile ma in realtà essenziale, per anni i nostri quindicenni comparvero come somari sui test OCSE PISA: precisamente fino a che il Ministero non spiegò che conveniva compilare seriamente i questionari per non fare sempre la figura dei baluba.)

Nel post si propugna persino la teoria che i popoli più istruiti siano anche più sani e che il secondo attributo sarebbe conseguenza del primo (tesi accampata per affermare che lo spendere di più in istruzione ci farebbe risparmiare in sanità). Viene a questo riguardo citato, ancora malamente, un working paper apparso su NBER anni addietro, dove, contrariamente a quel che pensa il blogger ROARS, non si dimostra che l’istruzione porti salute: solo, lo si assume come ipotesi di lavoro (“We suggest that […]”). Lo stesso paper precisa che una logica più verosimile porta a ritenere che i popoli più istruiti siano solitamente più ricchi e, in virtù di questo fatto, anche più sani…

Insomma, il trend della diminuzione degli iscritti all’università (che peraltro non è affatto solo italiano, anche se le motivazioni sono verosimilmente diverse da paese a paese) avrebbe meritato su ROARS un’analisi credibile e seria, anche perché il sito è animato da gente che sull’università ci campa.

R&D chiacchierata

Pubblicato: 30 agosto 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
Tag:, , , ,

Anche su Università e ricerca, in Italia solo discorsi di partigianeria, guelfi e ghibellini, in totale e rigoroso dispregio dei dati di fatto. Ne offro qui qualcuno utile, traendolo da un libro che scrissi nel 2011.

Se si sfoglia Measuring Innovation, A New Perspective (OECD, 2010), al paragrafo 5.1 “Reaping Returns From Innovation”, si trovano i tassi di partecipazione dei ricercatori dei vari Paesi ai 36mila papers più citati del periodo 2006-2008:

Usa 49%pic
GB 14%
Germania 12%
Francia 7%
Canada 7%
Cina 6%
Italia 5%
Olanda 5%
Giappone 5%
Australia 4%
[…]
India 2%
Brasile 1%
Russia 1%.

Per capirci, la classifica dice per esempio che in metà delle ricerche scientifiche più importanti compaiono ricercatori americani; italiani nel 5 percento; russi nell’1 percento. Eccetera.

Questi numeri sono sensibilmente influenzati (oltre che dalla lingua, che spiega il rango irrealisticamente basso di Russia e Giappone) dalle spese militari, che in R&D hanno un peso enorme e che in tutti i Paesi qui elencati tranne Olanda e Australia sono di almeno il 50% superiori alle nostre. Se, allora, dividiamo il numero di ricerche importanti per i quattrini profusi, scopriamo che gli italiani sono dietro, tra i grandi Paesi, solo a Gran Bretagna e Germania e davanti a Francia e Usa (mia elaborazione sulla medesima fonte).

Non siamo i migliori del mondo, come si legge a volte bizzarramente; dobbiamo rinnovare moltissimo del nostro sistema universitario, piagato da infrastrutture fatiscenti e da un corpo docente imboscato; dobbiamo far nascere più grandi aziende, che sappiano fare ricerca e innovazione. Ma non siamo neppure la feccia che si sente descrivere dagli sfascisti professionisti che cospicuamente abitano l’Italia.

 

 

Da un po’ di anni nutrivo tra me e me la sensazione che la ricerca scientifica medica procedesse un tantino alla carlona.

hd

Me lo suggerivano l’uragano di pubblicazioni fantasticamente superiore, nel numero, a tutte le altre discipline insieme, la frequenza e la portata dei capovolgimenti di fronte, l’occhiuto sostegno di Big Pharma, e la scarsa competenza con la quale sui journals medici si [mal]tratta la statistica. E non mi riferisco alle rivistacce per miserelli, ma anche ai più bei nomi.

Adesso, salta ufficialmente fuori che la maggioranza dei risultati scientifici in scienze della vita (non solo medicina) sarebbero irriproducibili, ossia trastulli onanistici non verificabili.

Speriamo che la notizia non trapeli oltre il circoletto degli aficionados (che però in Usa comprende adesso anche il NYT)! Se arrivasse da noi sui media, se ne servirebbero subito gli “stamina” e i Di Bella per avvalorare le loro pratiche scalcagnate.

Sui media, ma anche nei circoli tipo Il Mulino et similia, regna sovrana la confusione circa la qualità della ricerca scientifica. E da questa confusione si traggono a volte deduzioni errate che vanno a influenzare le misure politiche.

Ciò che sembra sfuggire è che in ogni latitudine l’Accademia è suddivisa in Premier League, First Division e Amateurs.

In Premier, i ricercatori vengono cooptati da gente che ne conosce direttamente il valore. Si va dalle superstar come Grisha Perelman, uno dei più grandi matematici viventi, che snobba i journals (ai quali preferisce il sito arXiv, prediletto da matematici e fisici) e nemmeno risponde alle sirene della Ivy League; ai casi più ordinari, come quello del ragazzo italiano che qualche anno fa assurse a notorietà per essere stato respinto a un concorso fasullo de noantri ma ingaggiato ad Aarus via email il mese dopo.

Tutti gli altri fanno carriera in base alle pubblicazioni.

In First Division, si gradiscono quelle apparse su riviste con una reputazione (“impact factor”), dove appaiono il 5, forse il 10% degli articoli scientifici.

Il resto è prevalentemente terreno e opera degli Amateurs  (ma vi contribuisce anche gente che ha giocato o giocherà in First Division), ossia accademici di basso profilo i quali, sapendo che non riuscirebbero mai a pubblicare sulle riviste vere perché non hanno granché da dire, ne allestiscono di accomodanti.

Basta fare comunella con colleghi che hanno lo stesso problema in altre università, possibilmente situate in diversi Paesi. Si imbastisce un’ammuina stile peer review, e nei casi più sofisticati si escogitano persino espedienti per accrescere il numero delle citazioni.

Intendiamoci. C’è un’area grigia e per nulla netta tra Amateurs e First Division. Per dirne una: un ricercatore non può restare per lustri ancorato alla speranza che il journal a elevato impact factor gli conceda il lusso di pubblicare dopo anni e anni qualcosa che a quel punto sarà già obsoleto. Oppure ancora: i journal “autorevoli”, intenti più ad accrescere la statistica delle citazioni che non a inseguire la ricerca, vanno soggetti a un certo ingessamento sui paradigmi dominanti, e chi ha qualcosa di veramente innovativo da proporre spesso non vi trova ospitalità.

Con queste avvertenze, è comunque bene si sappia che le riviste-spazzatura sono migliaia e, un po’ come i libri autopubblicati, costituiscono un mare di ciarpame un po’ patetico dentro il quale giace qualche sparuta perla destinata all’oblio eterno. (Le perle sono le ricerche interessanti che non trovavano posto sulle riviste istituzionali).

Decine di migliaia di persone siedono in cattedra o dirigono un Dipartimento, in Italia e altrove, grazie a queste messe in scena. Che, si badi, avvengono a spese del contribuente perché le pubblicazioni scientifiche vengono pagate dagli autori.

Questo accade persino nelle riviste serie (open source o no), alle quali non bastano i ricavi da abbonamenti per coprire i costi editoriali. Figuriamoci le altre, la maggioranza, alle quali nessuno si abbonerebbe mai: ed ecco allora che per partecipare al Congresso si paga (non solo la trasferta, ma anche l’iscrizione: a riprova di quanto poco venga valutato quel che il congressista ha da dire), così come si paga per essere pubblicati sul journal farlocco.

E a pagare è il Dipartimento universitario. E il Dipartimento lo paga il contribuente, che ha già pagato sia lo stipendio dell’Autore (sia, nei paesi socialdemocratici come il nostro, il grosso dei costi dei suoi studi) sia il progetto di ricerca che ha condotto questi a divulgare le sue preziose scoperte…

Su innovazione, ricerca e sviluppo e tecnologia se ne dicono tante, qualche volta a sproposito.

Ad esempio, non è vero che investendo più risorse in Università e ricerca l’economia dell’Italia migliorerebbe di sicuro.

Non è vero, perché la filiera dell’innovazione è molto più complicata di così.

innovazioni imprevedibili

Innovazione significa, in economia, l’introduzione di nuovi prodotti/servizi o di nuovi processi produttivi, oppure il manifestarsi di nuovi comportamenti tra i consumatori.

A volte le innovazioni sorgono come dal nulla, ossia dal basso e in modo imprevedibile. Ciò accade quando nuovi comportamenti “emergono” dal pubblico senza che si riesca a darne un’interpretazione basata sull’analisi della psicologia dei singoli.  (Il comportamento emergente è uno dei pilastri di alcune teorie della complessità).

Il successo di un film o di una canzone, per esempio, sono imprevedibili.

Solo un film sx_factoru venti di quelli prodotti a Hollywood è profittevole. Quando i discografici investono su un brano sicuri che sarà un hit, ci azzeccano solo in meno di un caso su cinque (M. Gladwell, “The Formula”, The New Yorker, October 16, 2006, pag.138): l’X Factor è elusivo.

Nessun provider di telefonia mobile pensava che gli sms sarebbero stati un successo, e sono stati gli utenti a inventarne l’applicazione.

Potremmo continuare, ma ci siamo capiti: non disponiamo di metodi deterministici per prevedere quali innovazioni emergeranno in economia (o, peggio ancora, nella società), e possiamo ricorrere solo a metodi statistici.

Così, se produco 5 canzoni delle quali i miei esperti giurano che saranno successi, ho una probabilità quasi pari al 100% di ottenerne uno. Se investo in 10 aziende start-up che mi sembrano promettenti, forse una mi apporterà ricavi sufficienti a ripianare le perdite delle altre e a guadagnare complessivamente.

A ogni buon conto, l’alea non può giustificare un atteggiamento nichilista. Si tenterà sempre e comunque di introdurre innovazioni. Semplicemente, è bene essere avvertiti del fatto che non tutte funzioneranno commercialmente.

innovazioni pilotabili

E come si introducono le innovazioni? Mettendo in azione una filiera produttiva che è molto più articolata di quello che si è indotti a pensare quando si contempla il semplicistico sillogismo: più ricerca -> più innovazione -> più sviluppo.

Prendiamo, per capirci, l’introduzione di nuovi prodotti, e facciamo un esempio nel mondo dell’elettronica.

Che cos’è un nuovo prodotto in questo campo? Può essere un prodotto finito, come un  nuovo computer, un nuovo smart phone o una nuova cella fotovoltaica. Oppure può essere un prodotto intermedio, come una nuova pila, o un nuovo tipo di microprocessore. I prodotti intermedi, a loro volta, hanno delle componenti. Per esempio i microprocessori ne hanno tre cruciali: 1) il firmware, ossia la logica che essi implementano, 2) i processi di fabbricazione che si usano per produrli, e 3) il materiale di cui sono fatti.

Questi materiali bell-labs1(3) sono sofisticate alterazioni di elementi naturali come il silicio, il germanio, l’arseniuro di gallio e così via. Negli anni ’30 del Novecento si cominciarono a studiare questi materiali. Perché? Perché si cominciava a intravedere la possibilità di costruire circuiti elettrici più efficienti, più efficaci e meno costosi -come le valvole a stato solido. Come mai si cominciava a intravedere tale possibilità? Perché il progresso della fisica quantistica, nei due decenni precedenti, aveva portato a capire come si muovono gli elettroni dentro i cosidetti semiconduttori, ossia silicio, germanio, arseniuro di gallio, eccetera.

Quegli studi degli anni ’30 portarono, alla lunga, alla ideazione del transistor negli anni ’40: forse la singola più importante tecnologia del secolo, insieme al DNA ricombinante.

secondo passo

Gli studi di fisica e di chimica alla base del funzionamento degli elettroni erano stati soprattutto europei. Ma i fisici americani che alla fine misero a punto il transistor poterono usare liberamente quelle scoperte. Le scoperte scientifiche sono pubblicate nei journal e nei convegni, discusse nelle università e nei laboratori: sono accessibili.

La tecnologia del transistor fu brevettata dai famosi Bell Labs. Era l’applicazione ingegnosa di una conoscenza scientifica preesistente.

Da quel momento, anche la conoscenza della tecnologia del transistor era pubblicamente disponibile, solo che era utilizzabile, in sede industriale, solo dietro compenso al titolare del brevetto.

terzo passo

La mera disponibilità di un brevetto non assicura per nulla l’esistenza di un prodotto. Occorre che qualcuno investa quattrini e ulteriori competenze allo scopo di utilizzare quel brevetto per trarne un prodotto.brevetto1

Se io avessi ricevuto per posta il brevetto dei Bell Labs, non avrei mai trovato un investitore che mi finanziasse, perché non avrei saputo che diavolo fare per trarre un prodotto (ossia dei nuovi circuiti elettronici) da quegli schemi.

Dunque, comprato il brevetto, devo capirne il potenziale e devo disporre della tecnologia e del know how necessari per sfruttarlo: ingegneri, macchinari, periti, maestranze, e quattrini.

quarto passo

Dunque nacquero sia i circuiti elettronici a transistor sia la loro evoluzione, i circuiti integrati, che abilitarono la vera e propria rivoluzione tecnologica in corso.

Il finanziatore dello sviluppo dei circuiti integrati (che sono poderosi pacchetti di miliardi e miliardi di transistor in pochi millimetri) fu sostanzialmente la NASA, che ne necessitava per la missione Apollo. Senza quel finanziatore, non avremmo visto sorgere i circuiti integrati negli anni ’50.

E senza il Pentagono (che li voleva a bordo dei missili) come finanziatore, non si sarebbe arrivati alla loro produzione di massa, che richiedette la creazione di nuove fabbriche, di nuove competenze, di nuove catene logistiche.

the devil is in the details

Come tutti sappiamo, quando si passa alla fase pratica di realizzazione di un progetto, per geniale che esso sia (e anzi, a maggior ragione se il progetto è troppo “geniale”), le sorprese non sono mai finite. Bisogna risolvere un’infinità di problemi anche per costruire una casa: figuriamoci un nuovo prodotto tecnologico, come un circuito o un farmaco, basato su un brevetto recente!potter

Solo i bambini pensano che, trovata la formula, i giochi sono fatti. Anche dal punto di vista di uno scienziato teorico, come un esperto di fisica delle particelle o un genetista, il fatto che qualcuno un po’ di anni dopo passi a tentare una realizzazione pratica di una delle sue idee può apparire come un dettaglio di poca importanza: tanto lui/lei si sta già occupando di altro. Ma per chi deve approntare la fabbrica, assumere gente competente, convincere gli investitori, vendere il prodotto e trarne un guadagno, la cosa sembra importantissima. E, naturalmente, queste sono attività molto importanti anche dal punto di vista economico.

Comunque sia, dopo i transistor e i circuiti integrati, arrivarono  i microprocessori, che sono alla base di tutta l’elettronica attuale. E in seguito arrivarono anche i primi superconduttori (un concetto fisico), gli esperimenti con i computer ad arseniuro di gallio (una tecnologia), e mille altre diavolerie sotto forma di prodotti finiti.

in sintesi

Riassumando, il know-how necessario per costruire nuovi prodotti tecnologici, come ad esempio i computer (ma potremmo fare esempi in campi come la genetica, l’agricoltura o la farmacologia) è spalmato su diversi livelli di competenza:

1) principi generali di alto livello, come la fisica elettronica (o la biologia);

2) tecnologie intermedie, come il progetto dei circuiti (o delle molecole o delle cellule);

3) regole empiriche dettate dall’esperienza e dal contesto applicativo, come il processo produttivo mediante il quale si fabbricano i circuiti (o i farmaci o le sementi) e/o si assemblano i prodotti, secondo standard qualitativi e di costo prefissati.

Le innovazioni che avvengono al livello 1 raramente hanno un rilievo per l’economia: debbono essere completate con innovazioni ai livelli 2 e 3.euro Ad esempio, una nuova invenzione della fisica dello stato solido avrà un valore economico solo se e quando sarà seguita da nuovi progetti di microprocessori. Questi, a loro volta, resteranno senza alcun valore per l’economia fino a che non si attueranno delle innovazioni in fabbrica, tali da consentire la produzione di massa del nuovo circuito.

Nessuno degli sviluppi di livello 2 e 3 avrà mai luogo, poi, a meno che qualcuno non decida di finanziarli. Occorre che qualcuno comprenda il potenziale dell’innovazione avvenuta al livello 1, e decida che spendendo dei quattrini per integrarla con innovazioni di livello 2 e 3 si troveranno dei clienti disposti a pagare il prodotto finale innovativo, producendo così il ritorno dell’investimento e un guadagno.

rischio, marketing, vendita

Quest’ultimo, ossia il portare il nuovo prodotto ai clienti e indurli a comprarlo, è un passo critico per almeno due ragioni.

Innanzitutto, come sappiamo, anche il più bel prodotto del mondo potrebbe rivelarsi un flop sul mercato, come il videotelefono che l’AT&T introdusse nel 1984 in Usa. Dunque, chi investe in innovazioni non investe mai su una sola: deve distribuire il rischio.histogram Il che significa che gli investitori in innovazioni sono investitori professionali. Occorre che esista un’infrastruttura finanziaria in grado di capire il potenziale delle innovazioni tecnologiche. Questa non è una cosa facile da creare, e infatti in Italia e altri paesi è piuttosto gracile, almeno se confrontata con paesi come gli Usa o la Svizzera.

Occorre, poi, un’infrastruttura di marketing che crei le condizioni per la vendita.

Il marketing deve spiegare dove stanno i vantaggi dell’innovazione e cosa deve fare il cliente per accogliere il nuovo prodotto. Per un’azienda, ad esempio, l’adozione di un nuovo software implica cospicue e necessarie riorganizzazioni del personale e del lavoro.

Infine, occorre una rete di vendita.

allora, che fare?

Ecco che abbiamo individuato ben 5 attività necessarie per la produzione di un’innovazione di prodotto: invenzione, investimento, progetto industriale, realizzazione, marketing.

Tutti i livelli devono cooperare armonicamente affinchè un’innovazione di prodotto si realizzi con profitto per chi la utilizza e per chi vi ha investito. A volte occorrono anni. Molte volte, l’impresa fallisce e nessuna innovazione ha luogo.

E’ molto difficile, a livello macroeconomico, coordinare e armonizzare questo gioco, questa filiera. Cosa può fare un Governo per stimolare nel suo paese giri virtuosi di quel tipo?

innovation-food-chain1

Dovrebbe investire di più nella ricerca di base? Forse. Ma certo non è quella la soluzione.

Le scoperte scientifiche che si pubblicano nei journal peer-reviewed o i raffinati brevetti che escono dai laboratori di ricerca applicata sono solo il primo step dell’innovazione e, si badi bene, sono accessibili a tutti, su scala planetaria. Chiunque sappia farlo può leggere un paper scientifico interessante e trarne un brevetto. Oppure comprare il diritto a sfruttare un brevetto esistente. Dunque, serve, nel paese, di sicuro gente che sappia interpretare le scoperte scientifiche e i brevetti.

Quanta gente? È difficile rispondere a questa domanda senza avere analizzato gli altri stadi dell’innovazione. Dire che quanti più ricercatori, pensatori e creativi ci sono nel paese, meglio è, è un’affermazione impossibile da contestare. Ma anche poco utile, perché si sa che, in pratica, quel genere di persone non possono essere più di un 5 per mille della popolazione attiva.

Gli altri debbono essere competenti negli altri step dell’innovazione: ingegneri, periti, operai, venture capitalists, esperti di marketing, manager, venditori. E non è detto che tutte queste competenze debbano risiedere fisicamente in Italia. L’importante è governare la filiera. L’iPhone è il prodotto di una filiera governata dalla Apple, anche se contiene prodotti e servizi fabbricati in quasi tutti i Continenti.