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Caro BSEv, fai bene a sottolineare quanto questo sia il momento degli economisti (“Istruzione, oltre Luiss e Bocconi”, http://alturl.com/nzf35). La cosa non sorprende, vista l’enorme enfasi che viene posta da 20 anni sulle questioni economiche. Peccato, però, che l’economia, pur importante nonché spesso paludata da un sofisticato armamentario matematico, non sia una scienza galileana, almeno a livello macro. Essa infatti non può avvalersi del sostegno sperimentale. In macroeconomia non si può organizzare un esperimento e poi divulgarne i risultati affinché altri possano replicarlo, come si fa in fisica, in chimica, in biologia. Gli economisti non possono creare artificiosamente una bolla immobiliare, far fallire una grande banca o un Paese, oppure creare il 25% di disoccupati in un posto per poi vedere che succede. E questa lacuna metodologica, solo minimamente (per ora) lenita dalle simulazioni informatiche, si combina con la formidabile complessità della materia, indebolendo di molto le facoltà previsionali. Gli economisti non sanno prevedere quasi nulla: dove per «prevedere» un evento non si intende vaticinare, bensì specificarne la data, il luogo e la magnitudine, con sufficiente affidabilità e accuratezza da giustificare il costo della risposta. In medicina, per esempio, la complessità c’è ma gli esperimenti sono possibili: il risultato è che le previsioni che vi si fanno sono, per quanto incerte e probabilistiche, molto migliori di quelle che si fanno in economia. Questo “dirty little secret” andrebbe sempre tenuto a mente dagli economisti, veri e fasulli, che sgomitano, spesso utilmente ma a qualche volta meno, nell’arena mediatica…

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Andare al sodo

Pubblicato: 25 settembre 2011 da Paolo Magrassi in Scienza
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Mi sono accorto che molti ricercatori non conoscono arXiv, il magnifico sito mantenuto dalla Cornell University per la pre-pubblicazione di lavori scientifici. Eppure si tratta della più interessante innovazione nel campo della pubblicazione scientifica degli ultimi 20 anni.

Su arXiv si possono postare lavori inediti di matematica, fisica, statistica, computer science e biologia quantitativa. Il posting può avvenire prima, simultaneamente o a volte alternativamente alla sottomissione del paper a un journal peer-reviewed.

Si annoverano ormai anche esempi (arXiv esiste da 20 anni) di lavori di fondamentale importanza che, addirittura, sono stati postati lì e poi mai pubblicati: è il caso dei paper di Grisha Perelman sulla dimostrazione della Congettura di Poincaré, un problema di geometria irrisolto da 100 anni, che gli fruttò la Fields Medal ossia il Nobel della matematica.

Il numero di paper “farlocchi” (che pure ci sono) è sorprendentemente basso, e probabilmente non superiore a quello che si riscontra sui journal di seconda fascia -per non dire di quelli inferiori, che sono la stragrande maggioranza.

In arXiv trovate anche il lavoro del team OPERA, quelli dei neutrini più veloci della luce: http://arxiv.org/abs/1109.4897.

C’è chi vuol far diventare l’Italia più “scientifica” e più moderna abolendo lo studio del latino, o almeno rendendolo facoltativo, e magari abolendo il liceo.

Costoro sono afflitti da due distorsioni. La prima  è che dimenticano che ciò che conta sono la qualità degli insegnanti e i contenuti dei programmi di studio: non i nomi delle materie. La seconda è che sono vittime inconsapevoli proprio del retaggio crocian-gentiliano, quello che ci ha dato il latino a scuola.

Sfugge cioè, a questi modernizzatori, proprio il concetto di scienza, che essi confondono con tecnologia.

Se uno pensa a “scienza” come a un catalogo di scoperte, innovazioni, diavolerie, tecnologie, allora è vero che occorrerebbe passare l’intero tempo della scuola secondaria compitando questi elenchi. (Che comunque si trovano su Wikipedia). Ma quelle sono cose caduche: nel mondo moderno vengono rinnovate ogni 3-5 anni e lo studente le troverà obsolete già all’università. Inoltre, esse non c’entrano nulla con l’insegnamento del metodo scientifico.

L’atteggiamento scientifico è fatto di curiosità, scetticismo, empirismo organizzato (Galileo), inferenza, deduzione, induzione, documentazione, rigore, statistica e solida formazione matematica (il linguaggio della scienza).

Nelle lezioni di biologia o di chimica al liceo, che erano per l’appunto cataloghi o storia della scoperta scientifica e dell’innovazione tecnologica, io non appresi nulla di tutto ciò: eppure quelle vengono considerate “materie scientifiche”… Vedo la stessa cosa accadere ai liceali di oggi.

Quel che di scientifico io appresi al liceo lo trassi da matematica (soprattutto geometria), da greco, da latino, da filosofia e dall’analisi logica del discorso (che ai miei tempi si insegnava in Seconda e Terza Media, mentre oggi potete dottorarvi in Lettere o Giurisprudenza senza averne la più vaga nozione).

Si aggiunga che il confrontarsi con la ricerca nel vocabolario allo scopo di fare una traduzione (tra due lingue qualsiasi, non certo solo tra latino e italiano) è un’attività che ci insegna le qualità –e i trabocchetti– della documentazione, delle sfumature, dei punti di vista, dei dettagli, del rigore: proprio le stesse qualità che un ricercatore deve mettere in campo per produrre una buona ricerca scientifica. E qualità che si oppongono alla superficialità e alla grossolanità indotta dalla wikipedite, ossia l’utilizzo patologico di quell’utile Bigino che è Wikipedia (purché in inglese: quella italiana, chissà perché, fa ancora pena).

Inoltre, la traslazione da un modello all’altro della realtà, come accade quando si traduce per iscritto, è un esercizio paradigmatico nell’attività scientifica, utilissimo sia in matematica sia per chiunque faccia scienza (modeling, cambi di sistema di riferimento, transdisciplinarità). 

Abolendo il liceo, o il latino, non diventeremmo più scientifici né più colti.

Occorre invece insegnare bene le materie, e per quanto riguarda la formazione scientifica (e non quella del semplice know how, adatto semmai alle scuole professionalizzanti) occorre escogitare modi per instillare negli studenti l’abitudine a curiosità, scetticismo, empirismo organizzato, deduzione, induzione, documentazione, rigore, statistica e a un sacco di matematica.

Si può fare solo col latino? No di certo. Si potrebbe fare con l’italiano (fatto rigorosamente), col tedesco, col russo (NB: non quelli di Berlitz e dell’Erasmus, ragazzi: quelli della grammatica e degli esercizi!) e Dio sa con quanti altri espedienti, oltre che, beninteso, studiando matematica, geometria, logica, fisica, filosofia.

P.S.: Avendo una migliore formazione scientifica, non avremmo (solo) più Premi Nobel e roba simile: avremmo forse un cittadino più accorto e consapevole, meno manipolabile.

Vabbe’, in macroeconomia è impossibile fare le previsioni. Ma riusciamo, almeno a posteriori, a capire l’accaduto? Pare proprio di no.

Infatti, non solo

Un economista è un esperto che domani saprà perché le cose che aveva previsto ieri per oggi non si siano verificate. [L.J. Peter, 1975]

Ma, addirittura:

Se tutti gli economisti venissero distesi uno dopo l’altro, non raggiungerebbero alcuna conclusione. [G.B. Shaw, 1933]

Se il figlio diventa uno spiantato o un inguaribile drogato, i genitori, anche esaminando le scelte passate, non sempre riescono a ricostruire l’accaduto e capire cosa si è sbagliato.

Così accade anche in economia, una scienza che, oltre a essere estremamente complessa, non è una scienza perché le manca il lato sperimentale.

Le scienze galileiane (fisica, chimica, biologia…) organizzano esperimenti controllati per testare la validità o meno delle teorie. All’economia, specie la macroeconomia, questo privilegio è quasi sempre precluso. Non possiamo, oggi, far fallire la Grecia per vedere quali sarebbero gli impatti (intorno ai quali si discute senza accordo da settimane)…

Questa limitazione è fatale. Posso far cadere una mela dall’albero per vedere se e quanto Newton aveva ragione. Posso pensare di misurare se la luce delle stelle viene per caso flessa dalla Luna, per vedere se e quanto la teoria della Relatività Generale è corretta. Ma in economia gli studiosi sono fermi allo stadio che, nelle scienze oggi galileiane, era quello dei fisici greci 2500 anni fa: osservare il mondo passivamente per vedere se accade qualcosa che corrobora le mie ipotesi.

L’atteggiamento speculativo e inattivo può indurre gravi distorsioni, come infatti accadde alla fisica fino a Galileo.

Una di queste distorsioni è che, mentre siedo e aspetto conferme alla mia splendida teoria, eventuali accadimenti del mondo reale che potrebbero suonare come smentite io li ignoro oppure li classifico come “mostri“: un po’ come accadde ai pitagorici quando Ippaso di Metaponto si accorse che il rapporto tra la lunghezza della diagonale di un quadrato e quella del lato era un numero con infinite cifre decimali.

L’atteggiamento puramente speculativo e l’impossibilità di avvalersi dell’approccio sperimentale sono i macigni che gravano sul dorso dell’economia e fanno sì che tante delle discussioni tra economisti finiscano col suonare grottesche, come quando, dopo la crisi dell’autunno 2008, si discusse per mesi circa come fossero effettivamente andate le cose nel ’29 (circostanza sulla quale, manco a dirlo, la comunità scientifica economica è discorde).

La non scientificità (che non significa dilettantismo o incompetenza, ma solo una limitazione metodologica) è quella che rende l’economia oggetto di barzellette e battute da sempre, nonostante essa sia zeppa di studiosi di immenso talento e, specie durante il Novecento, abbia importato e spesso ideato teorie molto sottili e apparati matematici di enorme sofisticazione.

Anche le scienze galileiane della natura hanno branche che si trovano in condizioni analoghe. Per esempio, la climatologia è un dominio ricco di comportamenti emergenti (ossia di fenomeni inspiegabili sulla base di leggi fisiche fondamentali) e deprivato della possibilità di organizzare esperienze empiriche controllate.

Possiamo osservare i fenomeni, persino quelli verificatisi milioni di anni fa (per esempio carotando i ghiacci del Polo). Ma non possiamo scatenare El Nino o organizzare un ciclone per scopi sperimentali.

E infatti, quello è un campo nel quale le discussioni non mancano, con l’aggiunta di noiose distorsioni indotte dalla politica, proprio come accade in economia.

Ma c’è una sottile, eppure decisiva differenza con l’economia. La climatologia siede su discipline sottostanti (fisica, chimica, biologia) che sono permeate dello spirito galieiano. La macroeconomia, invece, poggia solo sulla matematica (che è uno strumento, un linguaggio; non una scienza galileiana) e su teorie assiomatiche poco o punto sorrette da dati empirici.

La razionalità degli agenti economici, la naturale efficienza del mercato e la “mano invisibile” di Adam Smith sono esempi di impostazioni sostanzialmente assiomatiche dell’economia, ossia assunte come ipotesi di lavoro e mai testate con esperimenti controllati.

Esse sono state messe in discussione sia da lavori teorici sia da risultati empirici di laboratorio, come ad esempio quelli provenienti dall’economia comportamentale (un bel blog che segnala spesso queste lacune è quello di Alessandro Cravera).

Vergogna Elsevier, Merck!

Pubblicato: 4 maggio 2009 da Paolo Magrassi in Scienza
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Complimenti alla casa editrice Elsevier e alla casa farmaceutica Merck, che si erano accordate per pubblicare un finto journal medico.

Il periodico era costruito in modo da apparire come una rivista scientifica, e invece era un taroccone per fare pubblicità a prodotti Merck presso i medici. Se volete la storia completa, la trovate qui.

Intendiamoci, come già detto proprio in questo blog, tra la pubblicazione scientifica autorevole e la contraffazione vera e propria c’è tutta una gamma di colori intermedi.

Esistono un’infinità di periodici e congressi / conferenze che di scientifico non hanno nulla, nel senso che non vi appare nessuna ricerca originale e i contributi non sono soggetti a peer-review o, se lo sono, i partecipanti si tengono bordone l’un altro, fungendo l’uno da autore e l’altro da referee, in modo da esser certi di poter pubblicare tutti.

E questo non succede solo in campo medico.

Poiché un’amica ricercatrice ha sostenuto che, nel mio libro sulla complessità, io mitizzo l’approccio scientifico, dico qui cosa penso di alcuni aspetti del processo, in nove semplici punti:

(1)

Non conta quanto si pubblica, bensì cosa. Ci sono ricercatori che pubblicano centinaia di paper senza lasciare alcun contributo sostanziale alla loro disciplina. Sono stati messi a punto sofisticati e convoluti sistemi per pubblicare molto e persino essere citati molto, pur avendo pochissimo da dire. Purtroppo, solo gli specialisti sanno se lo studioso X ha davvero prodotto qualcosa di interessante, al di là delle pubblicazioni effettuate. La mera enumerazione delle pubblicazioni è un indice poco utile per stimare la qualità di un ricercatore: si tratta, piuttosto, di un indice utile per valutare la produttività di grandi gruppi di ricercatori. Ossia, ha un valore statistico e non già -se non debolissimamente- individuale.

(2)

Molte riviste scientifiche sono di bassa lega. Autoreferenziali e scadenti, vi si pubblicano cose irrilevanti. Sono fondate e mantenute da studiosi di basso profilo che, sapendo che non riuscirebbero mai a pubblicare su quelle importanti, ne allestiscono di “proprie” per essere certi di poter pubblicare. Non è difficile: basta fare rete (comunella) con studiosi di pari livello in varie università, possibilmente situate in vari Paesi, così da conferire anche un’aura di autorevole internazionalità alla rivista e ai congressi che vi sorgeranno attorno. Al mondo esistono centinaia di queste riviste, soprattutto di argomento medico, sociologico, politico, economico, tecnologico-applicativo. Ma non ne mancano in nessun settore della scienza.

(3)

La competizione per pubblicare su quelle che invece sono autorevoli è così forte, da dar luogo anche a distorsioni. Può persino accadere che la politica editoriale della rivista giunga a dissuadere dalla pubblicazione di lavori scientifici di questo o quello orientamento. Craig Venter, uno dei protagonisti della sequenziazione del genoma umano, ha sempre sostenuto che il grande James Watson e i US National Institutes of Health boicottarono alcune sue pubblicazioni su Science, ritardandole. Per fare un esempio di segno opposto: la teoria delle stringhe ha dominato pubblicazioni, dottorati e cattedre di fisica nel corso degli ultimi dieci o quindici anni.

(4)

Le grandi visioni, le grandi sintesi, le teorie unificanti, i progetti interdisciplinari si prestano poco alla pubblicazione, perché i referee devono faticare troppo per verificarne la qualità. Nella stragrande parte dei casi, vengono pubblicate -anche sulle riviste più serie- cose estremamente specialistiche, non sempre utilissime.

(5)

Alcuni grandissimi scienziati hanno pubblicato e pubblicano poco.

(6)

I maverick. Quando Charles Townes sviluppò il primo laser (si trattava in realtà di un maser), quasi nessuno credeva alla sua innovazione. Ben due premi Nobel, Rabi e Kush, tentarono di scoraggiarlo dallo «sprecare quattrini del dipartimento» nei suoi studi. Niels Bohr, considerato da alcuni il più grande fisico del Novecento, gli disse che doveva essersi sbagliato; e lo stesso fece John von Neumann, uno dei più grandi scienziati di sempre. Quando nel 1986 Renato Dulbecco annunciò che era venuto il momento di intraprendere la sequenziazione del genoma umano, la maggioranza dei più grandi biologi ritenne il programma eccessivamente pretenzioso e troppo prematuro (esso fu invece portato a termine dopo meno di quindici anni). Questi episodi sono utilizzati nella cultura popolare per sottolineare l’eroica condotta dei maverick contro i soloni della “scienza ufficiale” (un’espressione priva di senso), ma in realtà stanno a indicare una cosa lapalissiana, ossia che nell’attività scientifica si sbaglia moltissimo. Dovremmo preoccuparci se non fosse così!

(7)

Non pochi grandi scienziati sono uomini quasi stolti, spesso incapaci persino di badare a se stessi. Kurt Goedel, il più grande logico del Novecento e forse di sempre, era un insopportabile ipocondriaco che si lasciò morire di fame. James Watson, uno degli scopritori della doppia elica del Dna, un paio di anni fa ne n’è uscito dicendo che i neri di pelle sono meno intelligenti dei caucasici. Brian Josephson, che a 22 anni  spiegò l’effetto tunnel degli elettroni e ne ricevette il Nobel, oggi si occupa di levitazione, teosofia, esperienze extrasensoriali e telepatia.

(8)

Altri scienziati hanno gravi problemi di comunicazione, che impediscono loro di far comprendere al mondo o le loro scoperte o le loro necessità. Nella mia personale esperienza di direzione di laboratori di R&D, negli anni ’80, i miei due migliori ricercatori erano di questo tipo. Si tratta di persone con le quali è spesso assai difficile comunicare su piani diversi da quelli strettamente inerenti i loro studi. Lo stesso grande Niels Bohr, per dire di un caso famoso, non era apprezzato tra i non addetti ai lavori perché non si esprimeva con chiarezza. «Un giorno discusse della bomba atomica con Churchill, il quale si rivolse a uno dei suoi consiglieri sbuffando: “Ma perché quell’uomo usa frasi così lunghe?”» (Racconto di John Wheeler a Piergiorgio Odifreddi in Incontri con menti straordinarie, Longanesi 2006). Una conseguenza di questi difetti di comunicazione è che, spesso, alla dirigenza degli Enti scientifici e dunque a contatto con il livello decisionale politico non arrivano gli scienziati migliori, bensì quelli più dotati sul piano relazionale. Ciò, a volte, può danneggiare la scienza, quando costoro non capiscono l’importanza di talune ricerche e ne supportano, invece, di meno rilevanti.

(9)

Anche il Campionato di calcio (per dire di un contesto nel quale valgono soprattutto la bravura e le capacità professionali) può essere truccato. E anche il “libero mercato”: sono stati vinti premi Nobel per l’economia, dimostrando come i mercati possano essere imperfetti, polarizzati, instabili. Non può dunque essere immune da distorsione neppure il “mercato” delle idee e delle opere scientifiche. Anche qui possono crearsi clan e parrocchie, o alleanze tra scienziati illustri e uomini politici per scopi di potere.