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hmLa squinzia “con due dottorati in studi umanistici” scrive (badate, non è che dica: bensì scrive tongue-in-cheek) “Io sono una di quelle che vive” al forum di Beppe Severgnini.

Avevamo già registrato da qualche anno la definitiva vittoria della concordanza retorica a senso [sballato]: il “vive” riferito a “una”, anziché a “quelle”, e con le “quelle” totalmente inutili, visto che basterebbe scrivere “io sono una che vive” per salvare capra e cavoli. Ormai l’italiano si parla e si scrive così: io sono una di quelle le quali vive. E vabbe’.

E ora, attenzione: se posso accordare il che all’una (una che vive), allora perché non accordare, già che ci sono, il verbo all’io (io vivo)? Si avvererebbe in tal modo la nostra previsione di due anni fa: “io sono una di quelle che vivo”. E infatti, è successo.

Il primo confortante segno di conferma alla nostra previsione ce lo ha offerto nei giorni scorsi lo stesso Beppe, che non vanta traballanti dottorati in materie frou frou ma una buona vecchia laurea in giurisprudenza, di quelle alle quali si arrivava dopo aver studiato l’analisi logica alle Medie inferiori, e che sa scrivere. Parlando da Gruber, egli ha detto “Io sono uno di quelli che penso che Napolitano […]”, senza mostrare alcun moto di disturbo né accennare a un tentativo di autocorrezione.

L’imprimatur è autorevole. Il dado è tratto. Aspettiamo solo di vederlo per iscritto.

Un altro passo avanti verso una lingua più misera, sempre più povera di costrutti e, soprattutto, sempre più sganciata dalla logica aristotelica.

In una prossima puntata discuteremo un altro trend emergente: l’accordo di genere all’ultima parola pronunciata: “le vite private dei politici francesi sono tutelati dalla privacy”, perché il cervelletto dell’Homo massmediaticus si dimentica il termine (n-1)simo subito dopo aver pronunciato l’nesimo. Fateci caso, in Tv.

Il cui è morto. Viva il  dove!

Se non so dire «viviamo in un’epoca in cui […]» allora dirò «viviamo in un’epoca dove […]». E così via. Fino al fatale «negli anni Quaranta, dove era normale andare in bici […]».

Una giovane giornalista ha detto di recente mentre conduceva il tg: «Passiamo ora alla Libia, un paese dove il suo leader vacilla».

Non le viene spontaneo di dire «un paese il cui leader vacilla», perché per lei il cui è un oggetto misterioso dal quale tenersi alla larga, e allora ricorre al deus ex machina delle proposizioni relative: il dove.

Sono così comparsi, e dilagheranno, «quello che parlavamo prima», «negli anni dove era proibito bere» e «sono uno di quelli che crede» (perché con il cui vanno a picco anche i gemelli il quale, del quale, ecc.).

Alla Medie inferiori degli anni Sessanta di stava chini per lunghi mesi su pronomi relativi, complementi indiretti, complementi di specificazione, moto a luogo, moto da luogo, stato in luogo, … Oggi, li si sorvola in poche ore, e a giudicare dall’analfabetismo analitico che riscontro, stimo che si sia smesso all’incirca negli anni Ottanta.

Per i giovani come quella giornalista (sicuramente laureata, immagino con la Tesi “Il mio compagno di banco”), quei concetti di analisi logica che ai miei tempi ci si smazzava in Seconda Media sono ormai espressioni astruse e incomprensibili  che fanno l’effetto della fraseologia di un manuale di medicina.

Il cui (di cui, da cui, a cui, in cui, per cui, …) è morto, e con esso alcuni ricchi costrutti dell’italiano. Che siano in diminuizione anche le facoltà logiche tout-court?

POSTILLE POSTUME: «Tra poco ci occuperemo di Ogm: un tema che ci spaventa tanto ma dove l’Europa sta per intervenire» (Radio24, conduttore). «Philippe Daverio ha scritto un bel libro, dove all’interno egli […]» (RadioRai, conduttrice)

Come nasce la burocrazia fine a sé stessa?

Nasce (anche nelle aziende private, non solo nella PA!) quando a una zucca vuota senza competenze viene assegnata una fettina di potere, e la zucca decide di esercitarlo per pavoneggiarsi o per giustificare il suo ruolo professionale, che essa stessa sospetta essere futile.

E’ quello l’atto del concepimento: tutte le grane che seguono, sgorgano da lì.

Oggi la cortese ed efficiente ragazza del call center di una utility mi ha inviato un’email, in calce alla quale facevano bella mostra di sé 322, dico trecentoventidue parole di disclaimer legale. Le prime 159 costituivano il disclaimer in italiano, le successive 163 la traduzione in inglese maccheronico. Ecco il capolavoro di prosa giuridica che il burocrate ha saputo produrre (vi risparmio il pidgin English):

Le informazioni contenute in questo messaggio di posta elettronica sono di natura confidenziale qualsiasi pubblicazione, utilizzo o diffusione anche parziale dello stesso non puo’ essere effettuata senza  la nostra autorizzazione e potrebbe costituire un illecito penale ai sensi del Decreto Legs.vo N196 2003 sulla Protezione dei Dati Personali. Qualora non siate i  destinatari di questa email Vi preghiamo cortesemente di cancellarla dal Vostro sistema dopo aver notificato al mittente l’errore commesso.

Il presente messaggio e gli eventuali allegati sono stati controllati con sistemi di protezione antivirus avanzati ed aggiornati ai sensi della normativa vigente. Non possiamo altresi’ garantire l’integrita’ degli stessi, ne’ che questi giungano integri e non modificati, non essendo i proprietari dei server di posta sui quali i messaggi transitano. Vogliate controllare comunque con appropriati strumenti il presente messaggio e gli eventuali allegati. Il mittente non e’ responsabile per gli eventuali danni provocati da eventuali virus o malware eventualmente trasmessi con questa email.

Grazie per la collaborazione.

In 159 parole, almeno 12 tra errori di italiano, di logica, di giurisprudenza, di informatica. Un errore ogni tredici parole e, si badi bene, in un testo che non è certo sgorgato di getto ma è stato pedantemente meditato:

  1. Nel primo periodo manca la punteggiatura tra «confidenziale» e «qualsiasi».  Un disclaimer che va in calce a TUTTE le email dell’azienda, e nessuno che si prenda la briga di renderlo almeno leggibile…
  2. Terzo capoverso: forse il buon Dio sa quale «normativa vigente» relativa ai sistemi di protezione antivirus aveva per la mente l’arguto estensore di queste righe.
  3. Quarto capoverso: «altresì» usato nel senso di “invece”, significato che –tra i tanti (inoltre, anche, ancora, similmente)– l’avverbio non ha. Classica contravvenzione al saggio monito “parla come mangi”.
  4. Quarto capoverso: la precisazione che i messaggi ricevuti possano non essere conformi a quelli inviati è un’allusione al fatto che non si tratta di email certificata. L’estensore di questa mirabile prosa ignora che la probabilità che un messaggio intercorrente tra me e il mio fornitore di gas o elettricità venga manipolato è grosso modo pari a quella di far 6 al Superenalotto. In ogni caso, la precisazione è ovvia, inutile, retorica.
  5. Quinto capoverso: «il mittente non è responsabile». Ah ah ah! L’Italia è zeppa di poster, biglietti, scontrini, manifesti e targhe in cui qualcuno preavvisa di non essere responsabile. Se provochi colpevolmente o dolosamente un danno, allora sei responsabile, bellezza: ed è un magistrato a stabilirlo, non tu.
  6. Nel primo periodo, «effettuata» dovrebbe essere di genere neutro e non femminile (si riferisce a pubblicazione, utilizzo, diffusione).
  7. Quarto capoverso: altresi’ è scritto con l’apostrofo anziché con l’accento.
  8. Primo periodo: puo’ con apostrofo invece di può con accento.
  9. Quarto capoverso: integrita’ invece di integrità.
  10. Idem. Ne’ in luogo di né.
  11. Le maiuscole sui pronomi (dal Vostro sistema, Vi preghiamo) e sulla «Protezione dei Dati Personali» (assenti persino dal testo di legge) denotano l’attitudine da piccolo burocrate d’antan, da tenero amanuense alla Demetrio Pianelli. La Crusca esorta a minimizzare le maiuscole, e con essa Montanelli e Flaiano nelle loro celebri raccomandazioni sullo scrivere: ma mi rendo conto che questi sono tre nomi misteriosi per un avvocaticchio/a laureatosi male in una Facoltà disastrata e senza aver frequentato scuole medie decenti.
  12. 159 parole sono troppe. Un disclaimer in calce all’email, ammesso che serva a qualcosa, non ne richiede più di 50-70.

P.S. 1: Poteva mancare la legge sulla privacy (primo capoverso)? Nessun burocrate di piccolo cabotaggio manca mai di farvi riferimento, e solitamente a sproposito. Infatti, l’arguto estensore della prosa all’esegesi della quale siamo intenti lavora per un’azienda che a) stampiglia la partita Iva del cliente su entrambi i moduli del bollettino postale, contravvenendo all’articolo 3 della legge e b) ha consegnato la mia scheda anagrafica a una società terza di controllo qualità contro il mio espresso parere e contro il dettame della legge suddetta, che prevede la preventiva acquisizione del consenso da parte del cliente.

P.S. 2: L’abbreviazione “Decreto Legs.vo” invece di “decreto legislativo” (o “Dlgs”, come si usa sul sito del Parlamento) conferma la raccapricciante ignoranza dell’estensore e fa il paio con il “Dottor.ssa” che abbiamo letto di recente su una porta all’ospedale.

Le sorgenti della burocrazia andrebbero individuate e prosciugate: con la formazione oppure, quando questa non soccorre più, con il prepensionamento, il mobbing o qualche altro atto di forza. 🙂

La mia attrazione verso i linguaggi formali nasce con l’analisi logica in II Media, si sviluppa nell’incontro col latino e si consolida in età adulta con felici mostri come l’Interlingua di Peano o il Vienna Development Method. Si cementa con l’utilizzo dei linguaggi di programmazione.

Mi piace l’aspirazione, che fu già di Aristotele, Crisippo, Leibniz (calculemus!), alla costruzione di un linguaggio non ambiguo che sommi i poteri del liguaggio naturale e di quello logico-matematico.

Se ci dotassimo di una lingua siffatta i vantaggi sarebbero molteplici. Per esempio, la produzione del software migliorerebbe drammaticamente.

Ma, cosa molto più importante e altrettanto utopistica, i rapporti umani potrebbero essere chiari come quelli che sussistono tra le grandezze scientifiche: circonferenza uguale tante volte il raggio, volume uguale area di base per altezza, ubicazione uguale metà dell’accelerazione per il quadrato del tempo trascorso, E=mc2… Dico una cosa, e tutti mi capiscono, senza ombra di dubbio: ci pensate?!

Un’utopia, certo, e forse anche futile. (Che non mi ha impedito di amare la poesia, i cui volumi costituiscono la sezione di gran lunga più ampia della mia biblioteca).

Quest’attitudine spiega la mia usuale reazione all’impiego sciatto e burino dei linguaggi normali, quelli i cui rudimenti apprendiamo da mamma e che poi la Scuola tenta (sempre meno) di insegnarci per bene. Reazione che si è manifestata pubblicamente per esempio qui, qui, qui, qui, qui, qui, o qui.

Per limitare le considerazioni all’Italia, ormai anche i libri degli editori più prestigiosi e i quotidiani più seri sono lardellati di sgrammaticature che non solo offendono il senso estetico della persona minimamente colta, ma dimostrano totale inconsapevolezza dell’analisi logica del discorso e risultano perciò sempre meno comprensibili. Qualche esempio?

(1)

«Io sono uno di quelli che dice pane al pane». Sarebbe «uno di quelli che dicono» (uno di coloro i quali dicono), e nel 1965 non si sarebbe usciti dalla III Media scrivendo così.  Oggi si va su Corriere o Repubblica, e si viene definiti “giornalista e scrittore” (come Hemingway, come Montanelli, horribile dictu).

Colti in fallo, alcuni s’industriano a sostenere che si possa accordare il verbo indifferentemente a “io” (che dice) oppure a “quelli” (che dicono). E’ una stupidaggine. Costoro dimostrano di essere avviati senza scampo lungo l’orribile china che conduce a «io sono uno che credo in Dio» e financo «io sono uno di quelli che credo in Dio»

Ed è proprio lì che andremo a finire: al fatidico «io sono uno di quelli che credo in Dio»… L’accordo non si fa a piacere, bensì a ragion veduta e secondo logica. Per esempio: «Un insieme di regole che serve a distinguere il grano dalla crusca», oppure «un insieme di regole che servono a distinguere il grano dalla crusca». Ma è tutt’altra altra faccenda.

(2)

Un altro esempio di illogicità è il mostruoso “dove” come deus ex machina teso a risolvere le situazioni in cui lo scrivente non sa a che pronome appellarsi. Ho letto di recente un imbarazzante «Era un’epoca dove non c’era ancora l’elettricità in tutte le case e la tv era una rarità…».

il “dove” piazzato in una frase lunga in luogo di “quando”, “da cui”, “in cui”, come si fa oggi, non è solo brutto: rende la frase un quiz.

Eppure lo scopo della comunicazione è farsi capire

(3)

«Per una completa revisione sia delle norme attuative sia generali». Orribile tonfo, che apre branche a livelli logici incoerenti. E ben diverso dalle forme corrette «Per una completa revisione sia delle norme attuative sia di quelle generali» oppure «Per una completa revisione delle norme sia attuative sia generali» o meglio ancora «Per una completa revisione delle norme attuative e di quelle generali».

Chi scrive così a) è un asino e b) non saprebbe metter giù due istruzioni di FORTRAN o C senza commettere almeno un errore. (NB: Stiamo parlando di chi scrive così in modo sistematico: l’errore estemporaneo può capitare a tutti!).

(4)

Una cosa che a prima vista può apparire un’inezia e invece può provocare danni: il «sia… che» in luogo del «sia… sia». La ragione per cui «sia… che» è sbagliato, e non semplicemente brutto (cosa che sarebbe opinabile), è che prima del secondo “sia” potrebbe trovarsi un “che” come pronome relativo: «La cosa si rivelò ininfluente sia a parere del perito che il gudice aveva ingaggiato sia dal punto di vista dell’opinione pubblica».

Se scriviamo «La cosa si rivelò ininfluente sia a parere del perito che il gudice aveva ingaggiato che dal punto di vista dell’opinione pubblica» la frase richiede uno sforzo maggiore per essere interpretata. E se scrivessimo una frase di cinquanta o settanta parole come quelle che compaiono in legalese, politichese, ignorantese, allora vedreste che essa diventerebbe inintellegibile.

(5)

Un sacco di gente pensa che punteggiatura sia una mera questione di gusto: piazzo una virgola qui, un punto là… Invece occorre ricordare che essa è un espediente per farsi capire. Ci sono molti modi creativi di usare la punteggiatura, sperimentati anche da grandi scrittori: ma sono forme d’arte, virtuosismi. Stanno alla lettera di un avvocato o a un articolo di analisi politica come un quadro di Fernand Léger sta alle foto del medico legale.

Adesso non vorrei farla troppo lunga, e poi non ne ho certo la statura. Ma ci sono almeno due piccole cause che intendo perorare.

Una è quella a favore dei segni “;” e “:”, che pure sono previsti. Perché usare solo virgole e punti e mai punto e virgola e due punti?!

Le virgole sono quasi insostituibili per gli elenchi e utilissime per gli incisi (per quest’ultimo scopo si potrebbero usare anche parentesi e trattini, ma quasi nessuno li conosce): sarebbe quindi meglio non usarle per separare frasi non subordinate e di senso scollegato, perché quando mettete una virgola il lettore si aspetta più probabilmente un inciso o una subordinata o un elenco. Può aspettarsi anche dell’altro, è vero: ma perché chiedere a lui tutto lo sforzo, se non siamo Kerouac o Gadda?

Scrivere periodi come il seguente è da sciattoni e, ciò che più conta, diminuisce la probabilità di comprensione da parte del lettore: «Sara e io siamo andate a Milano ieri, è stata una bellissima giornata e abbiamo comprato vestiti, alcuni utili altri totalmente inutili, per esempio quel tubino rosso di Zara che a me fa decisamente tristezza, c’era il Savini aperto, dicono che non ci si mangi più come una volta ma a noi non è andata male, tutto sommato aveva ragione Gigi, magari ci torno con lui per ridere». Conosco libri che vendono centinaia di migliaia di copie, scritti interamente così: e devi rileggere ogni periodo due volte. Le tesi di laurea sono scritte così. Le lettere degli avvocati.

Inoltre, corpo di mille fulmini, se apriamo un inciso, dobbiamo  anche chiuderlo! «Il segretario di stato Usa, Hillary Clinton ha dichiarato di essere d’accordo». No! Ci va la virgola dopo Clinton. Oppure: nessuna virgola, né prima né dopo. (Nel dubbio, le virgole sarebbero sempre da omettere). Perché così piace a me? Perché lo dice (e lo dice) l’Accademia della Crusca? No: perché aumentiamo la probabilità di essere capiti. Joyce o Arbasino potrebbero scrivere diversamente, come infatti fanno: ma non un giornalista, un notaio, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate…

Inutile continuare, anche se potremmo scrivere un libro.

Il problema non è solo estetico, ma anche e soprattutto pratico. Non sono solo libri e giornali a essere scritti male sul piano logico, ma anche leggi, circolari, regolamenti, report aziendali, piani di progetto, studi di fattibilità, sentenze, perizie, eccetera. Queste non sono forme d’arte, bensì scritti che dovrebbero prefiggersi il precipuo fine di essere facilmente comprensibili.

Non lo sono, e questo causa un sacco di problemi alla società, come lungamente e inutilmente segnalò Montanelli. Ecco l’importanza di insegnare l’analisi logica alle Medie, come si faceva un tempo.