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SCRITTO AL FORUM DI BEPPE SEVERGNINI, DOVE DI TANTO IN TANTO SI INTONA IL PEANA DELLA “CONOSCENZA” MALINTESA PER “CULTURA”:

Caro Beppe, non è vero, come sostengono molte persone di cultura e l’Italian Patrizia Mari, che le nazioni si arricchiscano grazie all’istruzione.

Salvo che nel terzo mondo, dove l’alfabetizzazione può fare la differenza, e a parte sparute eccezioni come Cuba, in realtà le nazioni diventano istruite solo dopo essere divenute ricche. Questo accade perché le società opulente dedicano una percentuale di risorse alla formazione, all’arte, alla ricerca e sviluppo.

La stessa Italia, da tutti descritta come in declino, è molto più istruita adesso che non all’epoca del boom economico.

Essere colti non produce affatto benessere economico o potere sociale, tant’è che gli eruditi sono assai poco remunerati dal mercato e pochissimi intellettuali si trovano al vertice di aziende. Gli stessi laureati, nei paesi sviluppati guadagnano solo il 10% in più dei pur meno istruiti diplomati, come ci informano sia Education at a Glance 2012: OECD Indicators sia le fonti dirette degli specialisti.

Il punto è che la “conoscenza” che produce benessere materiale, quella che indusse Peter Drucker a coniare il termine knowledge worker, non è quella della Cultura, bensì la competenza che serve ad accumulare e far fruttare il capitale organizzativo produttivo: software, processi, brevetti, schemi industriali, open innovation, collaborazione interimpresa, R&D, accordi di partnership, di distribuzione e di franchising. Sono questi i cespiti sui quali le aziende fanno leva per essere competitive nella “economia della conoscenza”, e considerazioni analoghe valgono per le nazioni.

Io trovo auspicabile il ritorno a una società nella quale si affermino i valori del sapere e del bello di per sé, a prescindere dalle implicazioni mercantili. Non diventeremmo più ricchi, ma ho forte il sospetto che vivremmo molto meglio.

Sui media, ma anche nei circoli tipo Il Mulino et similia, regna sovrana la confusione circa la qualità della ricerca scientifica. E da questa confusione si traggono a volte deduzioni errate che vanno a influenzare le misure politiche.

Ciò che sembra sfuggire è che in ogni latitudine l’Accademia è suddivisa in Premier League, First Division e Amateurs.

In Premier, i ricercatori vengono cooptati da gente che ne conosce direttamente il valore. Si va dalle superstar come Grisha Perelman, uno dei più grandi matematici viventi, che snobba i journals (ai quali preferisce il sito arXiv, prediletto da matematici e fisici) e nemmeno risponde alle sirene della Ivy League; ai casi più ordinari, come quello del ragazzo italiano che qualche anno fa assurse a notorietà per essere stato respinto a un concorso fasullo de noantri ma ingaggiato ad Aarus via email il mese dopo.

Tutti gli altri fanno carriera in base alle pubblicazioni.

In First Division, si gradiscono quelle apparse su riviste con una reputazione (“impact factor”), dove appaiono il 5, forse il 10% degli articoli scientifici.

Il resto è prevalentemente terreno e opera degli Amateurs  (ma vi contribuisce anche gente che ha giocato o giocherà in First Division), ossia accademici di basso profilo i quali, sapendo che non riuscirebbero mai a pubblicare sulle riviste vere perché non hanno granché da dire, ne allestiscono di accomodanti.

Basta fare comunella con colleghi che hanno lo stesso problema in altre università, possibilmente situate in diversi Paesi. Si imbastisce un’ammuina stile peer review, e nei casi più sofisticati si escogitano persino espedienti per accrescere il numero delle citazioni.

Intendiamoci. C’è un’area grigia e per nulla netta tra Amateurs e First Division. Per dirne una: un ricercatore non può restare per lustri ancorato alla speranza che il journal a elevato impact factor gli conceda il lusso di pubblicare dopo anni e anni qualcosa che a quel punto sarà già obsoleto. Oppure ancora: i journal “autorevoli”, intenti più ad accrescere la statistica delle citazioni che non a inseguire la ricerca, vanno soggetti a un certo ingessamento sui paradigmi dominanti, e chi ha qualcosa di veramente innovativo da proporre spesso non vi trova ospitalità.

Con queste avvertenze, è comunque bene si sappia che le riviste-spazzatura sono migliaia e, un po’ come i libri autopubblicati, costituiscono un mare di ciarpame un po’ patetico dentro il quale giace qualche sparuta perla destinata all’oblio eterno. (Le perle sono le ricerche interessanti che non trovavano posto sulle riviste istituzionali).

Decine di migliaia di persone siedono in cattedra o dirigono un Dipartimento, in Italia e altrove, grazie a queste messe in scena. Che, si badi, avvengono a spese del contribuente perché le pubblicazioni scientifiche vengono pagate dagli autori.

Questo accade persino nelle riviste serie (open source o no), alle quali non bastano i ricavi da abbonamenti per coprire i costi editoriali. Figuriamoci le altre, la maggioranza, alle quali nessuno si abbonerebbe mai: ed ecco allora che per partecipare al Congresso si paga (non solo la trasferta, ma anche l’iscrizione: a riprova di quanto poco venga valutato quel che il congressista ha da dire), così come si paga per essere pubblicati sul journal farlocco.

E a pagare è il Dipartimento universitario. E il Dipartimento lo paga il contribuente, che ha già pagato sia lo stipendio dell’Autore (sia, nei paesi socialdemocratici come il nostro, il grosso dei costi dei suoi studi) sia il progetto di ricerca che ha condotto questi a divulgare le sue preziose scoperte…

Sentenza europea SABAM/Scarlet: esulta la confusa ciurma che crede ciò significhi che si può rubare.

Esulta chi non saprebbe scrivere un tema di cinque righe su creative commons, copyright o copyleft, ma è sempre alla ricerca di argomenti per giustificare il malcostume.

Esulta l’italietta 3a al mondo per pirataggio del software, e che non ne produce.

Esulta il popolo del web, che paga senza esitare 600€ (anche a rate) per l’àifon da usare su tuìtter e féisbuc, ma vuole che film e libri siano gratis.

Evviva la Società della Conoscenza!

Qui trovate il pezzo “Insegnare a imparare”, anch’esso molto commentato a suo tempo.